     p 249 .


Paragrafo 1 . George Berkeley.

     
La  tradizione empirista inglese, rappresentata da Hobbes e  Locke,
ha  messo chiaramente in evidenza che la conoscenza scientifica  e,
in generale, ogni tipo di conoscenza che porti alla formulazione di
proposizioni    con   validit   universale,      da    ricondurre
esclusivamente  all'attivit della ragione e alla sua  capacit  di
stabilire  segni, che stanno al posto delle cose, e di metterli  in
relazione   fra  loro.  All'interno  di  questo  contesto   diventa
legittimo chiedersi per quale motivo si debba credere che  esistano
"cose"  al di fuori della ragione del soggetto che le pensa,  visto
che  i  segni  e non le cose sono l'unico oggetto della  conoscenza
scientifica o filosofica.
     
Il soggetto e i sensi.
     
Il  soggetto  della conoscenza - l'individuo - per George  Berkeley
non  ,  come pensava Leibniz, completamente isolato da ci che  lo
circonda: la sua mente ha molte finestre aperte sul mondo, i sensi.
Berkeley condivide quanto sostenuto da Locke: "E' evidente a ognuno
che  dia  uno sguardo agli oggetti dell'umana conoscenza, che  essi
sono  o  idee impresse presentemente dai sensi, o quali sono  state
percepite  facendo  attenzione alle  passioni  e  operazioni  della
mente,  o  finalmente  idee formate con  l'aiuto  della  memoria  e
dell'immaginazione,  o  componendo  o  dividendo,  o  semplicemente
rappresentando   quelle  originalmente  percepite   nelle   maniere
anzidette"(2).  La sensazione e la riflessione,  come  le  definiva
Locke(3),  sono le uniche fonti delle idee. Accanto  agli  "oggetti
della  conoscenza" c' indubbiamente anche "qualcosa che li conosce
o  percepisce": "questo essere percipiente e attivo   ci  che  io
chiamo mente, spirito, anima o me stesso"(4).
     La distinzione tra ci che  percepito e ci che percepisce ,
per  Berkeley, chiarissima: quando parlo dell'essere percipiente  e
lo  chiamo  mente, spirito, anima o me stesso - scrive Berkeley  -,
con
     
     p 250 .
     
     quelle  parole "io non denoto una delle mie idee, ma una  cosa
interamente distinta da esse, in cui esse esistono, o -  che    la
stessa  cosa - da cui son percepite; perch l'esistenza di  un'idea
consiste nell'essere percepita"(5).
     
Esse est percipi.

Quest'ultima frase di Berkeley ("esistere  essere percepito", esse
est  percipi) rappresenta uno dei punti di arrivo pi significativi
della  tradizione dell'empirismo e al tempo stesso la negazione  di
uno   dei   suoi   presupposti  essenziali,  l'esistenza   autonoma
dell'oggetto. La conoscenza  la conseguenza dell'incontro  tra  un
soggetto e un oggetto chiaramente distinti tra loro, ma l'esistenza
dell'oggetto    determinata esclusivamente  dal  soggetto  che  la
percepisce.
     E'  vero  -  dice Berkeley - che tra gli uomini    prevalente
l'opinione "che le case, le montagne, i fiumi e in una parola tutti
gli  oggetti  sensibili  abbiano  un'esistenza  naturale  o  reale,
distinta  dal  loro  essere  percepiti dall'intelletto"(6);  ma  la
diffusione e l'accettazione di questa opinione non implica che essa
corrisponda  alla realt e si pu spiegare con una  "acquiescenza",
una  abitudine passiva della maggioranza degli uomini ad  accettare
un  principio  che,  a  ben guardare,  tutt'altro  che  chiaro  ed
evidente.  Se  si  ha la forza di metterlo in dubbio,  sar  facile
coglierne immediatamente il carattere contraddittorio.
     Revocare in dubbio ci che per il senso comune, per la scienza
e  per  la filosofia  certo e addirittura ovvio: questa  la sfida
lanciata  da  Berkeley all'inizio del diciottesimo secolo.  E'  una
sfida che ricorda quella degli scettici antichi(7), ma che anche si
differenzia  da essa: mentre Pirrone e i suoi seguaci  negavano  la
conoscibilit  della  cosa in s, esterna al soggetto,  ma  non  ne
negavano l'esistenza, Berkeley afferma che non  data esistenza  al
di fuori dell'essere percepito da un soggetto conoscente.
     
Contro le idee astratte.

La  causa di una cos vasta accettazione e diffusione del principio
dell'esistenza  autonoma  delle  cose    da  ricercare  -  secondo
Berkeley - nella "dottrina delle idee astratte"(8).
     Berkeley  descrive  il  procedimento  attraverso  il  quale  i
sostenitori  delle idee astratte giungono alla loro determinazione:
considerando  alcuni  enti  diversi, ad  esempio  Pietro,  Giacomo,
Giovanni,  eccetera, si pu formulare un'idea complessa che  lascia
fuori  ci  che  peculiare di ciascuno e conserva solo ci  che  
comune a tutti. "E cos si fabbrica un'idea complessa generale,  di
cui  tutti  i  particolari  partecipano,  astraendo  totalmente   e
tagliando   fuori  tutte  quelle  circostanze  e   differenze   che
potrebbero  determinarla a un'esistenza particolare.  E  in  questa
maniera si arriva a una chiara e precisa idea astratta
     
     p 251 .
     
     di  uomo"(9). In questa idea  incluso il colore,  ma  non  un
colore  particolare, la statura, ma non una statura  definita,  gli
occhi,  ovviamente occhi in generale, e cos via. Lo stesso si  pu
dire per la formazione dell'idea astratta di linea: dopo aver visto
alcune  linee, un uomo "lasciando fuori dall'idea di linea tutti  i
particolari  colori  e  tutte  le  particolari  lunghezze,   arriva
all'idea  di  una  linea  che non  n  nera  n  bianca  n  rossa
eccetera, e non  n lunga n corta"(10).
     Se  l'astrazione consiste in questo - osserva  con  una  certa
ironia  Berkeley - sicuramente ci saranno altri che  "hanno  questa
meravigliosa  facolt di astrarre le loro idee [...];  per  me  oso
confessare  che  non la ho"(11). Quando penso una  cosiddetta  idea
astratta  ho un'idea particolare: "L'idea di uomo che io  mi  formo
deve  essere  o  di un uomo bianco, o di un nero, o  di  un  rosso,
diritto o storto, alto o basso o di media taglia. Io non posso  con
uno  sforzo  di immaginazione formarmi un'idea di uomo prescindente
da tutti i particolari e che non abbia niente di particolare in s.
Per la mia vita! non riesco a comprendere le idee astratte"(12).

L'immaterialismo.

La  dottrina  delle  idee astratte presuppone  l'esistenza  di  una
realt  al di l della percezione, che permane anche quando  non  
percepita  e  che   sostanzialmente diversa dalla percezione.  Che
cosa  l'estensione e che cosa il movimento? "Per la mia parte,  io
vedo  evidentemente che non  in mio potere formare un'idea  di  un
corpo  esteso e mosso senza che io debba dagli anche qualche colore
o  altra  qualit  sensibile  [...].  In  breve,  la  figura  e  il
movimento,    astratti   da   tutte   le   altre   qualit,    sono
inconcepibili"(13).
     Potremmo ammetere l'ipotesi che esistano - continua Berkeley -
cose  simili  alle idee, collocate fuori della nostra  mente  e  di
sostanza  diversa dal pensiero (materia), delle quali le idee  sono
in  qualche modo copie; che esistano cio delle cose in s, per noi
inconoscibili, che si manifestano in forma di idee, simili ad esse,
percepibili   dall'intelletto.  Ma  se  cos  fosse  sarebbe   come
affermare  "che  un  colore  sia  simile  a  qualche  cosa  che   
invisibile;  che il duro e il molle sia simile a qualche  cosa  che
non  toccabile, e cos per il resto"(14); il che  impossibile.
     In   estrema   sintesi,  esiste  solo  ci  che     percepito
dall'intelletto; possono essere percepite solo idee (non astratte);
quindi non esistono corpi esterni alla nostra mente: la materia non
esiste(15).
     L'argomentazione  di  Berkeley si basa,  come  abbiamo  visto,
sulla  convinzione che la percezione sia un'attivit  della  mente,
che  il  contenuto  della percezione sia dato esclusivamente  dalle
idee,  che  le  idee siano sempre particolari, che  anche  ci  che
chiamiamo sensazione sia esclusivamente
     
     p 252 .
     
     un'attivit  della  mente.  Su  quest'ultimo  punto   Berkeley
insiste  in  maniera particolare. Ci che percepiamo  attraverso  i
sensi ("sensazioni, idee [...], chiamatele poi come volete") ci  d
la certezza solo della nostra percezione (cio che la nostra mente,
in  quel momento, contiene idee particolari): la sensazione  di  un
oggetto esteso non implica la presenza dell'estensione nella nostra
mente,  cos come quella di un oggetto colorato non implica che  la
mente  sia  colorata. Le sensazioni, quindi, ci danno  la  certezza
della  presenza in noi di idee, ma "non ci informano  che  esistano
fuori  della mente, ossia non percepite, cose simili a  quelle  che
sono percepite"(16).
     La ragione da strumento di certezza diventa fonte di sospetto:
le  mie  considerazioni - scrive Berkeley  -  fanno  s  "che  ogni
persona ragionevole sospetti della forza di qualsiasi argomento che
possa  lui stesso pensare di avere per l'esistenza dei corpi  fuori
della   mente"(17).  In  altre  parole:  non    difficile  trovare
argomenti,  sia  razionali sia empirici,  a  favore  dell'esistenza
reale delle cose, ma  "ragionevole" dubitare di questi argomenti e
sottoporli a un rigoroso esame critico.
     
Lo Spirito eterno.
     
In  ogni  caso, visto che la conoscenza nasce esclusivamente  dalle
percezioni, il problema dell'esistenza reale delle cose pu  essere
considerato  irrilevante, perch esse non compaiono comunque  nella
percezione.  L'unica  forma di percezione possibile    quella  che
Leibniz chiamava appercezione: la mente  consapevole di se  stessa
e del proprio contenuto. Nel pensiero di Berkeley  scomparsa tutta
quella  zona d'ombra della percezione inconsapevole e  con  essa  
scomparsa  la  realt della materia. L'unica realt vera    quella
delle  idee  e  della mente che le percepisce, una realt,  quindi,
tutta spirituale.
     "Non c' altra sostanza che lo Spirito"(18).
     Le  idee, come ormai  evidente, non hanno per Berkeley alcuna
forma  autonoma  di  esistenza  al di  fuori  della  mente  che  le
percepisce: tutto ci che esiste  spirito ed  percepito. La forma
di  percezione limitata della nostra mente considera reali solo  le
idee  in essa contenute, ma non esclude - anzi implica - che  altre
idee  esistano in altre menti di spiriti creati, o "nella mente  di
qualche  spirito  eterno"(19). Uno spirito  eterno  che  percepisce
tutte le idee e le rende tutte realmente esistenti.
     Ci  sono  idee  che noi percepiamo a prescindere dalla  nostra
volont.  Possiamo cambiare a nostro piacimento lo  scenario  della
nostra mente, fare apparire e scomparire idee, mescolarle tra  loro
o  dividere  ciascuna  di esse, ma ce ne  sono  altre  che  non  si
lasciano  manipolare  dalla  mente,  anzi,  in  qualche  modo,   si
impongono ad essa. "Quando in pieno giorno io apro gli occhi, non 
in  mio  potere  scegliere  se vedere o  no,  o  determinare  quali
particolari oggetti si presenteranno alla mia vista; e
     
     p 253 .
     
     parimenti  quanto  all'udito  e  agli  altri  sensi,  le  idee
impresse  su di essi non sono creature del mio volere.  C'  quindi
qualche altro volere o spirito che le produce"(20).
     La conclusione deista, l'approdo a un Dio che tutto produce, 
una conseguenza inevitabile dell'immaterialismo: se tutto  spirito
ed esiste solo in quanto  percepito (pensato) da un soggetto, e se
percepiamo  idee  di  cui non siamo autori, tutte  le  cose  devono
essere  ricondotte all'esistenza di un Autore, cio  di  una  Mente
eterna, di uno Spirito eterno.

La religione e la morale.
     
L'esistenza  di  Dio  -  anche  per Berkeley  -    dimostrabile  e
dimostrata  attraverso  un  procedimento  razionale.   Ma   non   
assolutamente  possibile  fermarsi -  come  fanno  i  deisti(21)  -
all'accettazione di un Dio semplicemente "autore" di tutte le cose:
se  le  cose  per  esistere hanno bisogno di  essere  percepite,  
necessario  che  l'"autore"  sia una Mente  viva  e  pensante,  una
persona,  proprio  come  troviamo nelle religioni  rivelate  e,  in
particolare, nel cristianesimo.
     Alla polemica con il deismo Berkeley dedica l'Alcifrone, sette
dialoghi  fra  due deisti e tre "ortodossi". Alla  razionalit  dei
deisti Berkeley non contrappone una fede separata dalla ragione, ma
la  ragione stessa che pu dimostrare non solo l'esistenza di  Dio,
ma anche il suo carattere personale e provvidenziale. Solo a questo
punto,  cio  da  una  posizione teista,  possibile  compiere  una
saldatura  fra  ragione  e  rivelazione e  sostenere  il  carattere
razionale  della religione rivelata e, soprattutto, la sua  utilit
pratica:  "Si  deve riconoscere generalmente che c' una  religione
naturale,  scopribile e provabile con il lume naturale, per  quelli
che  possono capire tali prove. Ma si deve anche riconoscere che  i
precetti e gli oracoli del cielo sono incomparabilmente pi  adatti
al miglioramento e al bene della societ che non i ragionamenti dei
filosofi;  e  quindi  non  troviamo che  la  religione  naturale  o
razionale,  come  tale,  sia mai diventata la  religione  nazionale
popolare di un paese"(22).
     "Se  ammettiamo  una  Divinit"  obietta  Berkeley  ai  deisti
"perch  non [dobbiamo ammettere] un culto divino? E se  un  culto,
perch  non  la  religione per insegnare questo  culto?  E  se  una
religione,
     
     p 254 .
     
     perch  non  la  cristiana, se non se  ne  pu  assegnare  una
migliore, ed essa  gi stabilita dalle leggi del nostro  paese,  e
ci    stata  trasmessa dai nostri progenitori?"(23). E  quando  il
deista  denuncia  gli  eccessi  della  religione  e  delle  Chiese,
Berkeley  insiste sul carattere di moderazione che  deve  avere  il
cristianesimo  e  sulla  sua funzione di  garanzia  della  legalit
contro il disordine e della virt contro il vizio. La religione  "
il  giusto  mezzo  tra credulit e superstizione":  non  si  devono
difendere   n  "la  rabbia  dei  bigotti"  n  "le  follie   della
superstizione"; il risentimento e l'ira non sono giustificabili  in
nessuno,  "molto  meno  in un cristiano,  e  meno  che  mai  in  un
prete"(24). Il cristianesimo non  litigiosit e "se i teologi sono
litigiosi, non lo sono in quanto teologi, ma in quanto non  teologi
e non cristiani"(25).
     Se    vero  - conclude Berkeley - che "una reale  fede  nella
religione  naturale  condurr  ad approvare  la  rivelata",  non  
assolutamente  vero che a questa accettazione debbano  seguire  "le
Inquisizioni, la tirannia e la rovina"(26).
     La religione e la Chiesa, quindi, possono camminare mano nella
mano  con  la politica(27), ma solo in quanto svolgono una funzione
di moderazione nella societ.
     Questa  funzione  si basa essenzialmente sulla  diffusione  di
saldi  princpi  morali: non  accettabile  -  per  Berkeley  -  la
posizione  di quanti sostengono che il bene debba essere fatto  per
la  "bellezza" che ha in s, a prescindere dalle minacce di pena  e
dalle  promesse  di ricompensa(28), perch nella  natura  umana  si
trovano,  oltre  al fascino per la bellezza della virt,  passioni,
appetiti,  avversioni,  desideri. E  allora  "la  speranza  di  una
ricompensa  e il timore di un castigo sono altamente  utili  a  far
pendere  la  bilancia del piacevole e del profittevole dalla  parte
della  virt";  in  questo  modo si pu ottenere  un  comportamento
virtuoso  da  parte di uomini "sensuali e mondani"  e  "contribuire
moltissimo al bene dell'umana societ"(29).

L'idealismo di Berkeley.

L'aspetto pi rilevante della filosofia di Berkeley non , a nostro
avviso,  l'approdo  della  sua  riflessione  al  teismo  e   quindi
all'apologia del cristianesimo, ma piuttosto l'aver posto  le  basi
dell'idealismo moderno.

p 255 .

     Per  Berkeley,  come  per gli idealisti dell'Ottocento  e  del
Novecento, deve essere rifiutata ogni forma di innatismo: la mente,
se  non  un vaso vuoto da riempire con i dati dell'esperienza, non
  nemmeno il contenitore di una conoscenza innata (sia che essa si
presenti sotto la forma di idee chiare e distinte, sia nella  forma
"virtuale"  ipotizzata  da  Leibniz). La mente  svolge  un'attivit
incessante, anzi coincide con essa, e non si pu parlare di idee al
di  fuori della sua azione. Il filosofo irlandese va cos al di  l
di quanto sosteneva Leibniz: la percezione dell'universo non  data
a  priori, nemmeno in forma inconsapevole; la percezione    frutto
dell'agire ininterrotto della mente.
     Inoltre,  tutta  la  realt  - sia  quella  dei  soggetti  che
percepiscono,  sia quella degli oggetti che vengono percepiti  -  
inseparabile dal pensiero (dall'attivit della mente). Non  si  pu
parlare di un mondo esterno, oggettivo, che abbia una sua esistenza
autonoma  da  un  soggetto  pensante. Quindi  non  si  pu  nemmeno
parlare,  come  faceva Platone, di un Mondo delle  Idee:  esse  est
percipi  vuol  dire  che l'esistenza  legata all'azione,  anzi,  
determinata  dall'azione di un soggetto che  percepisce,  cio  che
pensa; l'immobilit eterna delle Idee vorrebbe dire Non-essere.
     Quindi  un  altro aspetto importante del pensiero di Berkeley,
che  sar  ripreso  nei secoli diciannovesimo  e  ventesimo,    la
ridefinizione  dell'"idea": la mente  non  ha  per  oggetto  e  per
contenuto   delle  astrazioni,  ma  la  ricchezza  del  mondo   del
molteplice,  con  i suoi infiniti enti individuali,  immateriali  -
spirito,  vero -, ma estremamente reali.
     Con   Berkeley   l'idealismo  acquisisce  gli  strumenti   per
perpetrare, dopo quello di Parmenide, il parricidio di Platone.  Il
mondo  del  molteplice, la Natura, non  un "riflesso" pi  o  meno
chiaro  dell'unica realt ideale, ad essa legata  grazia  all'opera
del  Demiurgo, ma  realt piena; le sensazioni non sono pi  fonte
dell'incerta  opinione  (dxa), ma strumento  di  conoscenza  certa
(epistme),  proprio  perch  i  sensi  non  sono  n  separati  n
separabili  dalla mente e operano in armonia, e non  in  conflitto,
con essa.

Berkeley e la scienza.
     
In  comune con l'idealismo dell'Ottocento e del Novecento  Berkeley
ha  anche  un atteggiamento fortemente critico nei confronti  della
scienza moderna.
     Che cosa  l'"oggetto" della fisica galileiana e newtoniana se
non  l'idea  generale  astratta  che  Berkeley  rifiuta  con  tanta
decisione?  Il  tempo,  lo spazio, la stessa estensione  non  hanno
alcuna  realt; le leggi della fisica non mettono in relazione  fra
loro enti reali, specifici e determinati; possono al massimo - come
abbiamo gi detto - essere utili a spiegare i rapporti fra gli enti
reali   che  sono  oggetto  delle  sensazioni,  ma  non  descrivono
assolutamente  nulla: sono ipotesi e strumenti,  e  in  particolare
strumenti linguistici.
     Berkeley rifiuta di attribuire alla scienza la possibilit  di
descrivere  la realt, e le assegna solo un ruolo di strumento  per
interpretare  il  reale: in questo Karl R. Popper vedr  le  radici
dell'atteggiamento  trionfante tra i fisici del  ventesimo  secolo.
Per  quasi  tre secoli - osserva Popper - i fisici si  sono  votati
"alla  ricerca della verit, come Galileo l'aveva intesa". Oggi  le
cose  sono  cambiate:  "Oggi  la concezione  della  scienza  fisica
fondata  da  Osiander,  dal  cardinale  Bellarmino  e  dal  vescovo
Berkeley
     
     p 256 .
     
     ha  vinto la sua battaglia senza sparare un solo colpo.  Senza
dibattere  ulteriormente  il  problema filosofico,  senza  produrre
nessun nuovo argomento, il punto di vista strumentalistico (cos lo
chiamer)  diventato un dogma indiscusso. Ora pu essere a ragione
chiamato  il  "punto di vista ufficiale" della teoria fisica  -  da
quando   stato accettato dalla maggior parte dei nostri principali
teorici della fisica (esclusi, per, Einstein e Schrdinger).  Esso
 diventato una parte dell'insegnamento corrente della fisica"(30).
     Berkeley  non  si  limit a polemizzare con  Newton,  ma  ebbe
occasione  di  cimentarsi in prima persona  nella  "sperimentazione
scientifica". In occasione di una carestia che colp l'Irlanda  tra
il  1739  e  il  1741 e che provoc, oltre a qualche  centinaio  di
migliaia di morti, un'ondata di epidemie, il vescovo irlandese  us
per curare i suoi fedeli e i suoi familiari l'acqua di catrame, che
aveva  visto  usare in America. Constatati gli effetti positivi  di
quella   medicina,  Berkeley  le  dedic  un  trattato,  intitolato
Siris(31),  in  cui  ribadito che la conoscenza scientifica  utile
alla  vita  pu solo avere un carattere empirico, e che  unicamente
nell'esperienza  l'intelletto  pu  trovare  gli  elementi  per  la
formulazione di princpi pi generali.
     
Un filosofo senza sistema.
     
Il  quadro  che abbiamo tracciato fino a qui cerca di dare  un'idea
degli  aspetti  pi importanti della filosofia di Berkeley.  Quello
che    difficile mostrare in poche pagine  la variet  di  questa
filosofia, le variazioni - come sono state chiamate (32) - di cui 
costellato il suo pensiero.
     A  differenza dei grandi filosofi dei secoli diciassettesimo e
diciottesimo che abbiamo incontrato, Berkeley non struttura la  sua
filosofia  all'interno di un sistema e talvolta -  secondo  alcuni,
spesso  - si contraddice(33). Abbiamo gi avuto occasione  di  dire
che  anche  i  sistemi filosofici che ci appaiono  pi  organici  e
coerenti,  come ad esempio quello di Platone, non sono immuni,  nel
loro  formarsi, da contraddizioni e successivi aggiustamenti e  che
la  loro organicit pu dipendere, a volte in maniera determinante,
dalla  tradizione che li ha fissati all'interno della storia  della
filosofia(34).  Per  Berkeley  non  stata  possibile  nemmeno  una
sistemazione  a  posteriori: anzi, la  filosofia  successiva  si  
contesa   frammenti   o   aspetti  del  suo   pensiero,   facendone
l'anticipatore ora di una corrente, ora della corrente  opposta.  A
noi  sembra  che  questa irriducibilit dell'opera  di  Berkeley  a
sistema caratterizzi il filosofo irlandese non come uomo "per tutte
le  stagioni", ma piuttosto come filosofo che in qualche modo gett
le basi per il
     
     p 257 .
     
     superamento della modernit. Ci riferiamo con questo alla  gi
ricordata  interpretazione di Popper che vede rivivere il  "metodo"
di  Berkeley  nella fisica contemporanea - che ha  oltrepassato  la
fisica  moderna di Galileo e Newton - ed anche al fatto che  alcuni
filosofi  del  linguaggio  e  della  filosofia  analitica  nel  suo
complesso(35)   ancor   oggi  facciamo  esplicito   riferimento   a
Berkley.Ma  in  qualche  modo  tutte le  correnti  filosofiche  del
Novecento  si confrontano con Berkeley: il pragmatismo, l'idealismo
di Croce e soprattutto l'attualismo di Gentile.
     A questo punto della nostra esposizione non  certo il caso di
chiarire questi riferimenti; li abbiamo accennati solo per indicare
che  Berkeley  ha assolto a quello che secondo noi -  come  abbiamo
detto altre volte -  uno dei compiti fondamentali della filosofia:
aprire  e  mantenere aperti dei problemi. Non  quindi il  caso  di
domandarsi  se Berkeley aveva ragione, o quando aveva  ragione;  se
accanto al Berkeley antiplatonico esista un Berkeley platonico;  se
in  lui  prevalga  l'empirismo o l'idealismo. Tanto  meno  sono  da
considerare  rilevanti  l'arrivismo e  l'opportunismo  che  possono
avere  caratterizzato alcuni momenti della sua vita. Quello che  ci
sembra  importante   che nell'opera di Berkeley  la  filosofia  si
prenda il diritto di contraddirsi: ad esempio facendo convivere  in
maniera  nuova  e  originale una forma  moderna  di  idealismo  con
l'empirismo, o difendendo il cristianesimo nel momento  in  cui  la
sua  manifestazione  prevalente  era  il  fanatismo  religioso  che
Berkeley rifiutava apertamente.
